Cucina Francese e cucina italiana a confronto, pro e contro

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on giovedì 14 maggio 2015 at 11:08

Quando si parla di cucina sono essenzialmente due le “scuole” che vengono subito in mente: quella francese e quella italiana. Quale delle due, però, è la migliore in assoluto? Quale è quella che ci “regala” il maggior numero di piatti gustosi e saporiti? Un confronto difficile, vediamo i pro e i contro di entrambe.

La cucina francese è caratterizzata da uno stile unico, da piatti assolutamente saporiti e al tempo stesso sani. In maniera particolare la novelle cuisine, quello stile culinario nato oltr’Alpe nel corso degli anni ’60 e ’70, si focalizza molto sulla bellezza dei piatti oltre che sul loro sapore. Possiamo senza dubbio dire che questo stile è il primo al mondo in termini di cura dei dettagli, tanto da aver influenzato anche altre cucine (tra cui quella italiana).

Il contro dei piatti francesi è che spesso sono ricchi di sale, salse e grassi. Ciononostante non è particolarmente difficile riuscire a trovare dei piatti salutari in Francia grazie all’ampia varietà di scelta. Uno su tutti è la ratatouille.

Venendo ora in Italia ed analizzando i nostri piatti tipici possiamo senza dubbio dire che “la salute viene prima di tutto”. I vantaggi della dieta mediterranea sono noti ovunque e l’Italia la rispecchia al 100%.

Tra olio extravergine di oliva, poche salse e condimenti sempre genuini, il cibo italiano è quanto di meglio si possa trovare per rimanere il forma.

Tra i migliori piatti italiani vediamo la pizza, nata a Napoli e oggi conosciuta ovunque, la pasta (come la fanno da noi non la fanno in nessun’altra parte del mondo) e la mitica “caprese”, un tripudio di mozzarella e pomodoro conditi con un filo di olio e basilico fresco.

E’ onestamente difficile trovare dei contro alla cucina italiana (e non solo perché siamo italiani). La varietà di ricette regionali che è possibile mettere in pratica anche a casa, la bontà degli ingredienti e il fatto che è possibile trovare dei ristoranti italiani praticamente in ogni città del mondo, rendono la nostra cucina la più amata di tutte.

Se proprio dobbiamo dare un voto, diciamo che l’Italia vince, a tavola, per 1-0 .


L’Italia in tavola. I cibi che ci rendono famosi nel mondo

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on lunedì 9 marzo 2015 at 07:59

L’Italia non è solo “pizza” e “mandolino” agli occhi delle persone che vivono all’estero. Sul nostro paese ci sono tantissimi luoghi comuni che è difficile sfatare, ma una cosa è vera: siamo rinomati, a ragione, per la nostra cucina.

Tutto questo è grazie ad una serie di cibi che ci hanno “copiato” e hanno portato all’estero, a cominciare dal risotto, originario del Piemonte. E’ preparato con il riso, ma quello vero ha una consistenza tipica che lo rende amalgamato ma non troppo asciutto, morbido ma non troppo liquido (altrimenti si finirà per avere solo una zuppa di riso). All’estero il risotto si vende spesso in buste preconfezionate, più facili da preparare.

Rimanendo tra i primi vediamo anche gli spaghetti. E’ vero che la pasta non è italiana, bensì cinese, ma nel nostro paese è stata ideata la forma dello spaghetto. La tradizione vuole, infatti, che questa tipologia di pasta venne pensata per la prima volta nel corso del 12° secolo nella parte sud del nostro paese.

Non possiamo non citare la pizza. Nata a Napoli, oggi questo alimento è realizzato con combinazioni di ingredienti diverse dall’originale (che era la Margherita, fatta con pomodoro, mozzarella e basilico) ma è sempre ben apprezzato. All’estero la fanno anche più spessa di quella classica italiana e “filled”, ovvero con il bordo rigirato su se stesso e riempito di mozzarella, peperoni, salsiccia e altro.

La mozzarella. Uno dei formaggi più versatili della cucina italiana, la mozzarella ha origine in Campania. Dalla mozzarella fior di latte, realizzata con latte di mucca, fino a quella di bufala, questo ingredienti può essere mangiato da solo, in compagnia di altri ingredienti (come i pomodori) o servire da base per piatti più o meno sofisticati (come la pizza, appunto).

Parmigiano reggiano, un altro dei formaggi classici della tradizione italiana. Realizzato nella zona di Parma, Reggio, Bologna e Modena, questo formaggio ha un gusto molto particolare ed è un ingrediente fondamentale in tante ricette italiane, sia di primi che di secondi piatti.

Chiudiamo con la Mortadella, originaria di Bologna. Si tratta di carne di maiale e cubetti di grasso, viene solitamente venduta anche con all’interno olive o pistacchi.


Pirelli: un 2014 da dimenticare?

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on martedì 20 gennaio 2015 at 07:29

Il 2014 per Pirelli non è stato sicuramente un anno tra i migliori. Nonostante sia ancora una delle marche leader di pneumatici nel nostro paese e all’estero, anche grazie al fatto di essere unica fornitrice di pneumatici per la Formula 1, per l’azienda guidata da Marco Tronchetti Provera l’anno che si sta appena concludendo non è andato sempre liscio.

Dal punto di vista delle azioni, ad esempio, abbiamo visto in questo 2014 un picco attorno ad un valore di 13 euro per azione toccato verso la fine di gennaio e un valore attorno ad 11 euro in questi ultimi giorni, un calo non indifferente.

Secondo Ranking The Brands l’azienda di Milano ha perso una posizione nella classifica dei migliori brand mondiali di pneumatici, passando dal quinto al sesto posto, una tra le poche nella top ten ad aver perso un posto quest’anno.

Indubbiamente ad aver pesato sui risultati di Pirelli è stata anche la decisione da parte del suo attuale numero uno, Marco Tronchetti Provera, di voler lasciare la guida aziendale nel 2107. Il cipiglio e le capacità di Provera sono sempre state importanti per Pirelli ed ora è alquanto normale che questa decisione possa aprire degli spiragli nuvolosi nel futuro dell’azienda milanese.

A questo si aggiungono anche le voci che vogliono i russi di Rosneft entrare nel capitale azionario dell’azienda. Di recente, Marco Tronchetti Provera ha liquidato Unicredit, Banca Intesa Sanpaolo e Clessidra, aziende con le quali aveva iniziato ad intavolare delle trattative in precedenza.

Quale futuro per Pirelli? L’obiettivo è di continuare a definire le strategie aziendali al fine della crescita, cercando anche di tornare ad un valore azionario di oltre 13 euro ad azione.

Lo stesso Tronchetti Provera ha fatto sapere di voler ribadire l’impegno aziendale all’interno del circo della Formula 1, dicendo che però è necessario dare una definizione ben precisa e chiare delle regole del gioco e cercare di ricostruire il legame con gli amanti di questo sport, che magari in questi ultimi anni si sono un po’ allontanati a causa di alcuni problemi che si sono avuti e di un calo dell’interesse.

 


Perché l’informatizzazione della sanità cambia tutto

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on martedì 25 novembre 2014 at 09:43

La sanità sta facendo dei passi da gigante nel mondo della tecnologia. Oltre che tutta una serie di siti web come pazienti.it o dica33.it da cui gli utenti possono trovare risposta a qualunque dubbio di carattere medico e di benessere, da un po’ di tempo a questa parte si parla anche di informatizzazione della sanità, concetto che si riferisce in maniera specifica alle novità che la rete e la tecnologia portano a questo settore.

La cartella informatizzata del cliente è una delle novità più interessanti ed utili, già adottata con grande successo in paesi come la Svizzera. In buona sostanza, si tratta della cartella clinica “virtuale” del paziente, che tutti coloro che operano nel settore possono consultare per accedere più velocemente alla storia medica di un dato individuo e magari proporre più velocemente delle cure adeguate.

Come ogni cosa, anche questa presenta dei lati negativi, soprattutto quando si entra in un discorso di privacy: dato che alla cartella clinica elettronica possono accedere tutti i dottori, ha ancora senso parlare di segreto medico? In che maniera si può garantire la privacy e la protezione dei cittadini? A quali informazioni potrebbero accedere una casa farmaceutica che sta sviluppando dei nuovi farmaci oppure un’assicurazione che deve pagare un determinato premio?

Informatizzazione si, ma con cautela e con estrema attenzione. Non bisognerebbe mai sottovalutare nessun aspetto legato alla sicurezza dei dati sensibili e alla tranquillità dei pazienti, ma d’altra parte neanche dimenticare tutti i grandi vantaggi che un sistema del genere potrebbe avere, in primis per il paziente stesso.


Il dipendente a tempo indeterminato: una figura in via d’estinzione?

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on lunedì 6 ottobre 2014 at 08:00

E’ indubbio che la figura del dipendente sia cambiata rispetto a qualche tempo fa. Oggi sono sempre di meno coloro che possono vantare un contratto di lavoro a tempo indeterminato e, in ogni caso, anche averlo non significa certamente avere la certezza di poter lavorare nella stessa azienda fino alla pensione. Una delle figure di contratto che si sta diffondendo in maniera sempre maggiore è quella del tempo determinato o atipico, ovvero un contratto avente una certa durata che va da pochi mesi fino ad alcuni anni.

Tale contratto di lavoro favorisce la flessibilità del lavoro, la quale ha l’obiettivo di migliorare la disoccupazione e farla diminuire. Quando si parla di lavoro flessibile, dal punto di vista del dipendente si ha principalmente la visione di un posto di lavoro “a scadenza”, al termine del quale non si sa se si potrà continuare ancora a lavorare per la stessa azienda, mentre dal punto di vista aziendale significa una maggiore libertà di organizzare la propria forza lavoro come meglio si crede, anche in base a periodi di maggiore o minore richieste di commesse e lavori.

Indipendentemente da tutto, il dipendente conserva in ogni caso le sue tutele, da quelle in termini di disoccupazione fino a quelle relativamente a prestiti e finanziamenti, che rimangono ancora vantaggiosi e convenienti, soprattutto se chiesti ad aziende specializzate come Tutto Dipendenti.

Il futuro sembra dunque tracciato, nel senso che il lavoro a tempo indeterminato è una “specie in via d’estinzione”, nell’attesa che si diffonda in maniera sempre più forte il contratto a tempo determinato, il vero futuro del nostro mercato del lavoro.


Gli indicatori della crisi

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on giovedì 21 agosto 2014 at 08:37

La crisi economica è tutto intorno a noi, si “respira” e si vive nel quotidiano, con un numero sempre maggiore di negozi che vengono chiusi. Si parla tanto di crisi, anche in TV, ma cos’è la crisi? Come la si fa a riconoscere e quali sono gli indicatori che ci possono far parlare di crisi economica?

L’aumento della disoccupazione è indubbiamente il primo e forse più importante indicatore economico. L’incremento del numero di persone che è senza un lavoro è indice che l’economia non va a pieno regime e che sempre più aziende sono costrette a ridimensionarsi per poter andare avanti.

Un altro indicatore è sicuramente legato al “mattone”, ovvero le case, la cui vendita rallenta perché sono sempre di meno le persone che possono riuscire ad ottenere un mutuo (oppure sono sempre di meno le persone che si sentono sicure nell’ottenerlo, considerando che un prestito di questo genere impegna per i prossimi anni a dei rimborsi fissi mensili decisamente importanti). Lo stesso discorso vale ovviamente anche per i finanziamenti “meno impegnativi”, come quelli per acquistare un’auto o una vacanza, siano essi prestiti a protestati o concessi a persone che non hanno mai avuto problemi di credito fino ad ora.

Legato a questo discorso c’è anche il fatto che le banche concedono meno finanziamenti (si dice che “chiudono i rubinetti del credito”) sia a privati che ad aziende, il che ha un effetto a catena sulla liquidità delle imprese, che non possono spendere o investire, con conseguente effetto negativo sulla produttività, che non aumenta e che non riesce a far diminuire l’occupazione.

Ecco, siamo tornati al primo punto e il cerchio si chiude. Gli indicatori della crisi sono diversi, come abbiamo potuto vedere, mentre sono ancora più numerosi le conseguenze che la crisi stessa ha a livello sociale, tra generazioni perdute e persone che cadono in depressione.


Italia: ancora la patria mondiale del cibo?

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on giovedì 24 aprile 2014 at 08:19

Italia e buon cibo, un binomio indissolubile. Alcuni dei più noti prodotti celebri del mondo del “food”, come la mozzarella Galbani, il parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma e la pasta De Cecco, sono sempre sulla cresta dell’onda in questo settore, offrendo dei prodotti di assoluta qualità.

Peccato che non sia esattamente così e infatti alla domanda “L’Italia è ancora la patria mondiale del cibo?”, purtroppo non si può più dare una risposta precisa. Anzi, secondo alcune classifiche, come quella di Oxfam, il belpaese non è più in testa alla classifica che premia la qualità del cibo consumato dai suoi cittadini, battuto da stati come Olanda, Francia e Svizzera. La strada da fare per tornare in testa alla classifica del “mangiar bene” è ancora lunga.

Il problema principale del nostro paese è il costo della qualità del cibo consumato: prezzi alti e crisi economica che impazza rendono sempre più difficile, per le famiglie italiane, avere a tavola prodotti di prima qualità. Praticamente, i nostri supermercati ci propongono il prodotto perfetto da consumare, ma spesso le mamme di famiglia sono costrette a lasciarlo lì ed optare per delle alternative, altrimenti il bilancio non quadra.

Mangiare bene non è un’alternativa, poiché ne va della nostra salute, e quando si scelgono prodotti di bassa qualità è un po’ come “farci del male”. I grandi “brand” lo sanno e per questo motivo cercano di mettere a disposizione dei prodotti di qualità a prezzi il più accessibile possibile. Questo, oltre che l’affidarsi ai più noti marchi, come la già citata Galbani, garantisce, sulla propria tavola, prodotti che ci permettono di mangiare bene e stare in salute.


Cessione d’azienda: tutti gli impicci della burocrazia italiana

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on venerdì 14 febbraio 2014 at 08:04

La cessione di azienda è una delle situazioni più tipiche del mondo del lavoro, anche in Italia. Si tratta di una situazione nella quale il proprietario di un’azienda decide (per qualunque motivo) di vendere la sua “creatura” a potenziali acquirenti.

Il processo, come si può immaginare, è molto delicato e mira a tutelare entrambe le parti.

Tra i vari “impicci” che la burocrazia italiana porta alla fase di cessione dell’azienda, la prima riguarda sicuramente la necessità di avere il contratto di vendita con firme autenticate da un notaio. Questo comporta dei costi per la prestazione del professionista.

Inoltre, dopo l’introduzione dell’IMU con il governo Monti, la legge dà maggiore rilievo al nuovo metodo di conteggio delle rendite catastali (fondamentali per calcolare quanto dovuto in termini di tale tassa) e rende nulla la cessione dell’azienda ai soli fini fiscali.

La legge italiana, inoltre, tutela il lavoratore dell’azienda ceduta. Egli può chiedere al nuovo datore di lavoro il pagamento di eventuali crediti di lavoro che derivavano dalla “vecchia gestione”. In questo caso vecchio e nuovo proprietario sono responsabili in solido. Il nuovo proprietario, inoltre, dovrà applicare in ogni caso il contratto collettivo nazionale, fino al momento della sua scadenza.

La cessione dell’azienda non è un motivo valido ai fini del licenziamento dei dipendenti se l’azienda ha più di 15 dipendenti. Da questo punto di vista c’è un‘altra necessità che potrebbe scoraggiare, in qualche modo, l’acquisto di un’azienda. Occorre, infatti, dare comunicazione scritta alle varie rappresentanze sindacali della cessione aziendale in maniera che esse possano avviare tutte le procedure di verifica necessarie alla tutela dei dipendenti.

Un ultimo appunto relativo ai debiti: l’alienante non è liberato dai debiti pregressi la vendita, tranne se i creditori vi abbiano acconsentito.

 


Le capitali del cake design nel mondo

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on martedì 11 febbraio 2014 at 08:20

Cake design che passione. Una volta era la semplice torta di mele, decorata al massimo con una spolverata di zucchero a velo, oppure torte con cialde disegnate e ciuffi di panna montata. Oggi, questi dolci, hanno lasciato il campo alle sofisticate creazioni in pasta di zucchero. Il cake design nasce in Inghilterra nel 1840, anno in cui si sposarono la regina Vittoria e il principe Alberto di Sassonia, e al cui banchetto nuziale venne proposta una torta decorata come fosse una vera scultura. Sebbene anche i francesi pretendano la paternità di questo modo artistico di decorare le torte, Londra vanta numerose attività commerciali in cui si vendono capolavori in pasta di zucchero e dove si organizzano corsi di di formazione.

Uno di questi è senza dubbio quello di Peggy Porschen, a Belgravia, Londra. La famosa cake designer, che ha fondato l’attività col marito, crea deliziose torte dal design originale, gioielli di zucchero preziosi e commestibili. Negli Stati Uniti, invece, a dettare legge in fatto di cake design è New York, grazie alla presenza della rinomata e celeberrima pasticceria Carlo’s bakery di Buddy Valastro. Il bravo pasticcere è divenuto famoso grazie a un reality che ha sdoganato le sue produzioni in tutto il mondo. Ma in America i cake designer sono tantissimi, tutti con un loro personale stile che li rende inconfondibili.

A Parigi si può fare un salto nel negozio La briochine dove il cake design ha un posto d’onore grazie alla passione di Marion Delaunay, abile pasticcera che ha studiato quest’arte dolciaria negli Stati Uniti. Anche il sol levante ha ceduto al fascino del cake design. Chi si trova a passeggiare per le vie di Tokio potrà cercare le torte della bravissima Maki, al secolo Makiko Searle che, con la sua abilità, ha fuso la creatività orientale con le tecniche di cake design americane. Ma l’Italia come ha accolto questa nuova tendenza? Esterofila, come sempre, a braccia aperte. La moda del cake design impazza in tutto lo stivale, da nord a sud. Recente la fiera di cake design a Bologna, dove si sono incontrati i migliori pasticceri del settore nazionali.


Imprese da guardare per il 2014

Posted under Notizie e aggiornamenti by admin on martedì 14 gennaio 2014 at 09:01

Nonostante l’avverso periodo economico che perdura già da qualche anno, ci sono alcune aziende che non hanno perduto il loro successo delle loro produzioni.
Si possono considerare come dei caposaldo per alcuni prodotti che commercializzano con un certo successo e non solo all’interno del mercato nazionale.

La Smeg di Guastalla (Reggio Emilia) può considerarsi un’azienda globale.  16 le filiali in tutto il mondo oltre due rappresentanze ed una rete capillare di distributori ha fatto del ‘made in Italy’ la sua mission soprattutto nel settore delle cucine: i frigoriferi Smeg restano il prodotto forte di gamma.

La Samsung, nata nel 1969 è uno tra i dieci brand al mondo a livello di tecnologia.  Smartphonesmart tv in high definitiontablet sono alcuni dei prodotti di punta dove l’innovazione viaggia al passo con i tempi.

La Luxottica di Agordo è divenuta con gli anni, una tra le imprese italiane citate dalla rivista ‘Forbes’ tra quelle definite importanti a livello di fatturato mondiale. Non solo lenti ed occhiali, ma un prodotto sempre curato nei materiali, frutto di ricerca, e nello stile per seguire la missione dell’italian style nel mondo.

La Diadora, azienda storica di abbigliamento sportivo, ripresa da un quasi fallimento è stata ricondizionata e rilanciata, salvaguardando tutto il suo glorioso passato e questo ad opera del suo presidente, targato Geox.

Nell’ambito del comparto agroalimentare il presidio Slow Food  pur operando come associazione ha lanciato e patrocinato manifestazioni, kermesse, corsi alimentari, atti a sensibilizzare l’opinione pubblica dei consumatori e le aziende produttrici, verso la cultura di una corretta alimentazione che tenga presente storia del territorio e delle tradizioni.

Questoè  solo un piccolo memo circa le aziende da seguire durante il 2014 per avere la riconferma del loro successo e dei traguardi che possono ancora raggiungere tramite la professionalità e l’innovazione.


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