Italia: un paese di dipendenti o di imprenditori?

italiaL’Italia è un paese difficile dal punto di vista lavorativo: per chi vuole tentare la strada dell’imprenditoria, entrano in gioco tutta una serie di tasse e balzelli in grado di scoraggiare anche la persona più ottimista, mentre per chi preferisce la tranquillità di un lavoro dipendente, c’è il fatto che la maggior parte dei contratti di oggi è a tempo determinato e che trovare il contratto a tempo indeterminato è una cosa più rara dell’oro (e, quando capita, potrebbe non essere proprio così sia perché si può comunque essere licenziati per riduzione di personale o in seguito alla chiusura dell’azienda). Continua la lettura di “Italia: un paese di dipendenti o di imprenditori?”

L’Italia e il suo amore per l’ippica

animal-107806_1280La storia dell’ippica in Italia ha radici antiche che attraversano 4 secoli: è alla fine del ‘700, infatti, che possiamo far risalire la storia di questo sport che, ancora oggi, non manca di appassionare migliaia di persone in tutto lo stivale.

I primi passi in questo mondo sono stati compiuti da Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, che aveva fatto arrivare alcuni cavalli da Annecy per conto del Conte Benso di Cavour. Questi puledri avevano come obiettivo quello di migliorare la razza di quelli già in possesso del Conte.

Le corse ippiche sono iniziate a diventare famose dall’inizio dell’800, con i nobili che si sfidavano al galoppo. Il primo “ippodromo” non ufficiale, su viali sterrati, fu quello dove si trova l’attuale Corso Buenos Aires. Continua la lettura di “L’Italia e il suo amore per l’ippica”

L’Italia in tavola. I cibi che ci rendono famosi nel mondo

L’Italia non è solo “pizza” e “mandolino” agli occhi delle persone che vivono all’estero. Sul nostro paese ci sono tantissimi luoghi comuni che è difficile sfatare, ma una cosa è vera: siamo rinomati, a ragione, per la nostra cucina.

Tutto questo è grazie ad una serie di cibi che ci hanno “copiato” e hanno portato all’estero, a cominciare dal risotto, originario del Piemonte. E’ preparato con il riso, ma quello vero ha una consistenza tipica che lo rende amalgamato ma non troppo asciutto, morbido ma non troppo liquido (altrimenti si finirà per avere solo una zuppa di riso). All’estero il risotto si vende spesso in buste preconfezionate, più facili da preparare.

Rimanendo tra i primi vediamo anche gli spaghetti. E’ vero che la pasta non è italiana, bensì cinese, ma nel nostro paese è stata ideata la forma dello spaghetto. La tradizione vuole, infatti, che questa tipologia di pasta venne pensata per la prima volta nel corso del 12° secolo nella parte sud del nostro paese.

Non possiamo non citare la pizza. Nata a Napoli, oggi questo alimento è realizzato con combinazioni di ingredienti diverse dall’originale (che era la Margherita, fatta con pomodoro, mozzarella e basilico) ma è sempre ben apprezzato. All’estero la fanno anche più spessa di quella classica italiana e “filled”, ovvero con il bordo rigirato su se stesso e riempito di mozzarella, peperoni, salsiccia e altro.

La mozzarella. Uno dei formaggi più versatili della cucina italiana, la mozzarella ha origine in Campania. Dalla mozzarella fior di latte, realizzata con latte di mucca, fino a quella di bufala, questo ingredienti può essere mangiato da solo, in compagnia di altri ingredienti (come i pomodori) o servire da base per piatti più o meno sofisticati (come la pizza, appunto).

Parmigiano reggiano, un altro dei formaggi classici della tradizione italiana. Realizzato nella zona di Parma, Reggio, Bologna e Modena, questo formaggio ha un gusto molto particolare ed è un ingrediente fondamentale in tante ricette italiane, sia di primi che di secondi piatti.

Chiudiamo con la Mortadella, originaria di Bologna. Si tratta di carne di maiale e cubetti di grasso, viene solitamente venduta anche con all’interno olive o pistacchi.

Pirelli: un 2014 da dimenticare?

Il 2014 per Pirelli non è stato sicuramente un anno tra i migliori. Nonostante sia ancora una delle marche leader di pneumatici nel nostro paese e all’estero, anche grazie al fatto di essere unica fornitrice di pneumatici per la Formula 1, per l’azienda guidata da Marco Tronchetti Provera l’anno che si sta appena concludendo non è andato sempre liscio.

Dal punto di vista delle azioni, ad esempio, abbiamo visto in questo 2014 un picco attorno ad un valore di 13 euro per azione toccato verso la fine di gennaio e un valore attorno ad 11 euro in questi ultimi giorni, un calo non indifferente.

Secondo Ranking The Brands l’azienda di Milano ha perso una posizione nella classifica dei migliori brand mondiali di pneumatici, passando dal quinto al sesto posto, una tra le poche nella top ten ad aver perso un posto quest’anno.

Indubbiamente ad aver pesato sui risultati di Pirelli è stata anche la decisione da parte del suo attuale numero uno, Marco Tronchetti Provera, di voler lasciare la guida aziendale nel 2107. Il cipiglio e le capacità di Provera sono sempre state importanti per Pirelli ed ora è alquanto normale che questa decisione possa aprire degli spiragli nuvolosi nel futuro dell’azienda milanese.

A questo si aggiungono anche le voci che vogliono i russi di Rosneft entrare nel capitale azionario dell’azienda. Di recente, Marco Tronchetti Provera ha liquidato Unicredit, Banca Intesa Sanpaolo e Clessidra, aziende con le quali aveva iniziato ad intavolare delle trattative in precedenza.

Quale futuro per Pirelli? L’obiettivo è di continuare a definire le strategie aziendali al fine della crescita, cercando anche di tornare ad un valore azionario di oltre 13 euro ad azione.

Lo stesso Tronchetti Provera ha fatto sapere di voler ribadire l’impegno aziendale all’interno del circo della Formula 1, dicendo che però è necessario dare una definizione ben precisa e chiare delle regole del gioco e cercare di ricostruire il legame con gli amanti di questo sport, che magari in questi ultimi anni si sono un po’ allontanati a causa di alcuni problemi che si sono avuti e di un calo dell’interesse.

 

Perché l’informatizzazione della sanità cambia tutto

La sanità sta facendo dei passi da gigante nel mondo della tecnologia. Oltre che tutta una serie di siti web come Forum Salute o dica33.it da cui gli utenti possono trovare risposta a qualunque dubbio di carattere medico e di benessere, da un po’ di tempo a questa parte si parla anche di informatizzazione della sanità, concetto che si riferisce in maniera specifica alle novità che la rete e la tecnologia portano a questo settore.

La cartella informatizzata del cliente è una delle novità più interessanti ed utili, già adottata con grande successo in paesi come la Svizzera. In buona sostanza, si tratta della cartella clinica “virtuale” del paziente, che tutti coloro che operano nel settore possono consultare per accedere più velocemente alla storia medica di un dato individuo e magari proporre più velocemente delle cure adeguate.

Come ogni cosa, anche questa presenta dei lati negativi, soprattutto quando si entra in un discorso di privacy: dato che alla cartella clinica elettronica possono accedere tutti i dottori, ha ancora senso parlare di segreto medico? In che maniera si può garantire la privacy e la protezione dei cittadini? A quali informazioni potrebbero accedere una casa farmaceutica che sta sviluppando dei nuovi farmaci oppure un’assicurazione che deve pagare un determinato premio?

Informatizzazione si, ma con cautela e con estrema attenzione. Non bisognerebbe mai sottovalutare nessun aspetto legato alla sicurezza dei dati sensibili e alla tranquillità dei pazienti, ma d’altra parte neanche dimenticare tutti i grandi vantaggi che un sistema del genere potrebbe avere, in primis per il paziente stesso.

Il dipendente a tempo indeterminato: una figura in via d’estinzione?

E’ indubbio che la figura del dipendente sia cambiata rispetto a qualche tempo fa. Oggi sono sempre di meno coloro che possono vantare un contratto di lavoro a tempo indeterminato e, in ogni caso, anche averlo non significa certamente avere la certezza di poter lavorare nella stessa azienda fino alla pensione. Una delle figure di contratto che si sta diffondendo in maniera sempre maggiore è quella del tempo determinato o atipico, ovvero un contratto avente una certa durata che va da pochi mesi fino ad alcuni anni.

Tale contratto di lavoro favorisce la flessibilità del lavoro, la quale ha l’obiettivo di migliorare la disoccupazione e farla diminuire. Quando si parla di lavoro flessibile, dal punto di vista del dipendente si ha principalmente la visione di un posto di lavoro “a scadenza”, al termine del quale non si sa se si potrà continuare ancora a lavorare per la stessa azienda, mentre dal punto di vista aziendale significa una maggiore libertà di organizzare la propria forza lavoro come meglio si crede, anche in base a periodi di maggiore o minore richieste di commesse e lavori.

Indipendentemente da tutto, il dipendente conserva in ogni caso le sue tutele, da quelle in termini di disoccupazione fino a quelle relativamente a prestiti e finanziamenti, che rimangono ancora vantaggiosi e convenienti, soprattutto se chiesti ad aziende specializzate come Tutto Dipendenti.

Il futuro sembra dunque tracciato, nel senso che il lavoro a tempo indeterminato è una “specie in via d’estinzione”, nell’attesa che si diffonda in maniera sempre più forte il contratto a tempo determinato, il vero futuro del nostro mercato del lavoro.

Gli indicatori della crisi

La crisi economica è tutto intorno a noi, si “respira” e si vive nel quotidiano, con un numero sempre maggiore di negozi che vengono chiusi. Si parla tanto di crisi, anche in TV, ma cos’è la crisi? Come la si fa a riconoscere e quali sono gli indicatori che ci possono far parlare di crisi economica?

L’aumento della disoccupazione è indubbiamente il primo e forse più importante indicatore economico. L’incremento del numero di persone che è senza un lavoro è indice che l’economia non va a pieno regime e che sempre più aziende sono costrette a ridimensionarsi per poter andare avanti.

Un altro indicatore è sicuramente legato al “mattone”, ovvero le case, la cui vendita rallenta perché sono sempre di meno le persone che possono riuscire ad ottenere un mutuo (oppure sono sempre di meno le persone che si sentono sicure nell’ottenerlo, considerando che un prestito di questo genere impegna per i prossimi anni a dei rimborsi fissi mensili decisamente importanti). Lo stesso discorso vale ovviamente anche per i finanziamenti “meno impegnativi”, come quelli per acquistare un’auto o una vacanza, siano essi prestiti a protestati o concessi a persone che non hanno mai avuto problemi di credito fino ad ora.

Legato a questo discorso c’è anche il fatto che le banche concedono meno finanziamenti (si dice che “chiudono i rubinetti del credito”) sia a privati che ad aziende, il che ha un effetto a catena sulla liquidità delle imprese, che non possono spendere o investire, con conseguente effetto negativo sulla produttività, che non aumenta e che non riesce a far diminuire l’occupazione.

Ecco, siamo tornati al primo punto e il cerchio si chiude. Gli indicatori della crisi sono diversi, come abbiamo potuto vedere, mentre sono ancora più numerosi le conseguenze che la crisi stessa ha a livello sociale, tra generazioni perdute e persone che cadono in depressione.

Italia: ancora la patria mondiale del cibo?

Italia e buon cibo, un binomio indissolubile. Alcuni dei più noti prodotti celebri del mondo del “food”, come la mozzarella Galbani, il parmigiano Reggiano, il lievito PaneAngeli, prosciutto di Parma e la pasta De Cecco, sono sempre sulla cresta dell’onda in questo settore, offrendo dei prodotti di assoluta qualità.

Peccato che non sia esattamente così e infatti alla domanda “L’Italia è ancora la patria mondiale del cibo?”, purtroppo non si può più dare una risposta precisa. Anzi, secondo alcune classifiche, come quella di Oxfam, il belpaese non è più in testa alla classifica che premia la qualità del cibo consumato dai suoi cittadini, battuto da stati come Olanda, Francia e Svizzera. La strada da fare per tornare in testa alla classifica del “mangiar bene” è ancora lunga.

Il problema principale del nostro paese è il costo della qualità del cibo consumato: prezzi alti e crisi economica che impazza rendono sempre più difficile, per le famiglie italiane, avere a tavola prodotti di prima qualità. Praticamente, i nostri supermercati ci propongono il prodotto perfetto da consumare, ma spesso le mamme di famiglia sono costrette a lasciarlo lì ed optare per delle alternative, altrimenti il bilancio non quadra.

Mangiare bene non è un’alternativa, poiché ne va della nostra salute, e quando si scelgono prodotti di bassa qualità è un po’ come “farci del male”. I grandi “brand” lo sanno e per questo motivo cercano di mettere a disposizione dei prodotti di qualità a prezzi il più accessibile possibile. Questo, oltre che l’affidarsi ai più noti marchi, come la già citata Galbani, garantisce, sulla propria tavola, prodotti che ci permettono di mangiare bene e stare in salute.

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